Un amico del rugby che ha a cuore le radici di questo sport come l’estensore di questo blog, ha scritto la magnifica, epica e molto dettagliata cronaca di quella partita. Grazie infinite a Marco di Genova che ha dedicato al rugby italiano una serie d’indelebili racconti scritti con mano leggera e felice. Grazie per tenere viva la memoria di un’epoca da cui noi tutti veniamo e che è la radice che ci ha portato fin qui. Buona lettura, il merito è completamente di Marco a lui tutto il mio affetto e gratitudine. La partita del 28 novembre 1979 venne giocata di mercoledì ed in pratica chiuse la breve tournée autunnale della Nuova Zelanda, che il 10 novembre aveva affrontato la Scozia a Murrayfield, vincendo 20-6, e sabato 24 novembre aveva superato, al termine di una battaglia durissima, 10-9 l’Inghilterra a Twickenam. E’ importante ricordare lo sforzo compiuto per battere gli inglesi, perché è probabile che i tuttineri ne abbiano poi risentito nel match contro l’Italia, questo sia detto senza voler svilire la grande prestazione degli azzurri.
La scelta di concludere il tour in Italia si spiega col rispetto che il movimento italiano aveva meritato due anni prima grazie alla prestazione del XV del presidente contro gli All Blacks all’Appiani di Padova e anche col desiderio della delegazione neozelandese di trascorrere alcuni giorni da turisti felici visitando Venezia. Anche nel 1977 il gruppo neozelandese, che aveva preso alloggio in un hotel di Jesolo, aveva voluto in primis gironzolare tra canali e Piazza San Marco. Gli All Blacks valutarono comunque l’impegno non meritevole della qualifica di test e la squadra che schierarono (comunque fortissima, a tutti gli effetti nazionale maggiore) giocò con la denominazione di New Zealand XV. Per questa ragione accettarono che la partita fosse arbitrata da un italiano, il romano Pogutz.
La federazione italiana concesse invece il cap agli azzurri, consapevole pure della risonanza che un evento del genere avrebbe avuto e dell’interesse che avrebbe suscitato. Ad aiutare lo sforzo promozionale dei dirigenti italiani contribuì la diretta televisiva sul secondo canale Rai, con telecronaca del veneto Mirko Petternella; Paolo Rosi, la voce storica del rugby italiano, alla sera avrebbe dovuto commentare un match di pugilato per Mercoledì Sport, uno spazio che il primo canale dedicava ogni settimana, alle 22,30 circa, ad eventi di varie discipline.
Malgrado la collocazione insolita, per giorno designato ed orario, a Rovigo si riversarono appassionati da ogni angolo d’Italia, creando non pochi problemi agli organizzatori, colti di sorpresa da un afflusso così consistente. Nelle ore immediatamente precedenti la partita apparve chiaro a tutti, forze dell’ordine comprese, che lo stadio Battaglini, che da poco era stato dotato della seconda tribuna, quella più capiente, non avrebbe potuto garantire a tutti i tifosi un posto sugli spalti. Dopo molte titubanze ed indecisioni, il prefetto concesse l’autorizzazione a giocare ed i presenti “in esubero” vennero fatti accomodare sul prato, a pochi metri dalla linea laterale…
In questo clima di festa ed esaltazione collettiva Pierre Villepreux, il grande tecnico francese a guida della nazionale e di un movimento che grazie a lui e al suo predecessore Roy Bish era in crescita tumultuosa, annusò l’aria e capì che era clima da leggenda. Nel discorso pre-partita Villepreux, tolosano emotivo, colto, visionario ed immaginifico si fece prendere dal phatos e non trattenne le lacrime: eventuali eccessi di retorica gli sarebbero stati perdonati per sempre, perché riuscì a motivare e coinvolgere una squadra alla quale non mancavano certo qualità tecniche, specie tra i tre-quarti. I primi dieci minuti del match furono tremendi. Gli italiani “rimasero come sugli alberi le foglie”: in balia del tornado neozelandesi. Gli all balcks si accamparono nella nostra metà campo e testarono la nostra consistenza difensiva in tutti i modi: con maul avanzanti, up and under per verificare le abilità di Gaetaniello (che se la cavò egregiamente), con avanzamenti delle seconde e delle terze usate come ball carrier, con il coinvolgimento dei tre quarti, sempre bravi ad andare al largo senza compromettere l’avanzamento, spesso galvanizzati dalle viperine accelerazioni del mediano Donaldson. Al 4′ Gaetaniello andò in presa sicura su una “candela” di Dunn, ma invece di chiamare il mark provò una coraggiosa ripartenza. Dopo due cambi di direzione vincenti ed un guadagno consisistente di metri provò un incrocio con Nello Francescato. I due non si capirono e la palla finì in mani neozelandesi; con l’abilità funambolica che gli era propria nelle situazioni di gioco rotto, contrattaccarono con vertiginosa velocità spostando palla da destra a sinistra. Sei passaggi e Mexted piombò in meta, l’estremo Hewson (eccellente calciatore) piazzò e sembrò che fosse l’inizio di una grandinata. Dopo aver superato la metà campo una volta portando però a casa tre punti grazie ad una punizione di Bettarello, fummo di nuovo centrifugati per altri cinque minuti, quando ci facemmo rubare palla in mischia ordinata su introduzione di Lorigiola e Fraser andò a segnare. 3-12 (la meta allora valeva quattro punti) al 11′, ahi. L’episodio forse decisivo fu un evento che in altri contesti ed in altri momenti sarebbe risultato irrilevante, ma che invece in quel giorno ed in quella fase della partita rivestì un significato, emotivo e tecnico, particolare. Su l’ennesimo up and under, con conseguente pressione neozelandese, gli italiani cercarono ossigeno con un veloce passamano che fece pervenire palla a Marchetto, all’ala destra. Marchetto sparò un poderoso pedatone e guadagnò una quarantina di metri: era un “poco” che si trasformò in un “tanto”. Il pubblico, che non aspettava altro che un segnale rinfrancante per dare un senso alla propria partecipazione, si scatenò; gli azzurri, conquistando uno scampolo di metà campo avversaria, presero fiducia e capirono che forse era il caso di usare i calci tattici per alleggerire la pressione che i neozelandesi, con una difesa montante progenitrice delle evoluzioni della rush defense, portavano con ferocia sui nostri. Bettarello ed i Francescato, giocatori che conoscevano il gioco e sapevano adattarsi alle situazioni, iniziarono a spennellare di tomaia, a mettere la squadra nel territorio avversario e soprattutto “stretcharono” i tuttineri, tenendoli lontani dai nostri ventidue e costringendoli a ripartire dalle periferie dell’impero. Bettarello al 12′ mise tre punti (su un calcio di punizione concesso per ragioni a me ignote da Pogutz…) e minuto dopo minuto la qualità del gioco italiano salì, proporzionalmente alla fiducia. Iniziammo a giocare alla mano, prima con timidezza e poi con convinzione; e quella era una squadra che se voleva e riusciva far vivere il pallone si esaltava e divertiva, mettendo in difficoltà avversari con blasoni ben più nobili… Partendo da un’identità definita da tempi immemorabili, da conoscenza superiore del gioco e dei suoi sviluppi, i neozelandesi già allora studiavano il regolamento per giocare al limite di quello (o anche quel tantinello oltre che gli arbitri permettevano, spesso intimoriti dal loro prestigio…), usando le norme e le eventuali interpretazioni per allargare il range delle soluzioni tattiche e delle risoluzione delle fasi situazionali. Anticipavano di due decenni il campionario di malizie funzionali ad un disegno precostituito che poi avrebbe fatto parte delle maggiori squadre del rugby professionale che conosciamo. Giocavano sempre sul filo del fuorigioco, usavano, come detto giustamente da GiorgioXT, blocchi, tagliafuori, veli ed avevano metabolizzato questi comportamenti al punto tale da considerarli un’acquisizione omogenea al gioco moderno. Arbitrati da Pogutz, più ortodosso e propenso ad applicare il regolamento più che ad interpretarlo (vedasi l’alto numero di fuoirigioco fischiati contro), furono in difficoltà a riadattare i propri schemi comportamentali. Certo Pogutz non si fece condizionare dal carisma di Mourie e dalla leggenda dei tuttineri… Ed infatti i primi tre punti nostri vennero da una punizione comminata contro Mourie, reo di aver fatto malizioso tagliafuori, sull’ultimo blocco di salto, ai danni di Mariani… pertita, come detto, cominciò a modificare l’inerzia iniziale, del tutto favorevole ai neozelandesi, dopo la seconda meta degli all-blacks. I calci tattici con conseguente occupazione del territorio avversario, una difesa sempre più efficace, una progressiva fiducia nei propri mezzi tecnici che portò la squadra ad assumere iniziative in attacco, a muovere la palla, a garantire sostegni sistematici, tutto, tutto questo, fu possibile nel momento in cui Mascioletti e compagni modificarono la percezione che avevano avuto inizialmente dei tuttineri.
Come tutte le grandi nazionali storiche, più di tutte le grandi nazionali storiche, gli all-blacks erano e sono al contempo simbolo e materia. Nel loro caso l’apparato simbolico (con tutti i rituali ad esso correlati) è talmente imponente da condizionare la percezione della materia. Molte, troppe squadre sono uscite sconfitte o umiliate anche perché inibite dalla storia che i neozelandesi rappresentavano, intimorite dall’aura che li ha sempre circondati, sottomesse psicologicamente a una grandezza talmente assorbita da un immaginario rugbistico condiviso da diventare archetipo condizionante.
Anche gli azzurri quel giorno di novembre non poterono non farsi condizionare emotivamente e culturalmente dall’apparato simbolico, dal muro di storia, tradizione e leggenda contro il quale dovevano andare a sbattere. Ma risentirono di quella pressione solo nella fase iniziale, poi la squadra riuscì a reagire. I neozelandesi smisero di essere simbolo e divennero pura, grezza materia. Non furono più percepiti come archetipi irraggiungibili, tornarono uomini: si potevano placcare, si potevano attaccare. Villepreux, nei giorni precedenti il match, aveva posto l’attenzione della squadra sulla necessità di contrattaccare usando i palloni recuperati e quelli presi al volo dopo i loro calci. Era consapevole che in rimessa laterale avremmo pagato pesantemente dazio e temeva che a Lorigiola arrivassero pochi palloni puliti da situazioni di mischia ordinata. In realtà in mischia ordinata, dopo grosse difficoltà iniziali, Bona, Robazza e Cucchiella in prima linea si adattarono benissimo all’impatto neozelandese e misero in grossa difficoltà Ketels, Dalton e Thompson, riequilibrando una fase che alla vigilia si pensava nettamente sbilanciata a favore dei tuttineri. Anche per questa ragione fu più facile per Lorigiola, che era passatore sublime, iniziare a distribuire palloni più “fluidi”, meno “affannati”, autentica manna per Bettarello e Nello Francescato, che era a tutti gli effetti una seconda apertura. Anche i contrattacchi persero il carattere di temerarietà quasi irrazionale ed estemporanea che avevano avuto ad esempio le prime due ripartenze di Gaetaniello, per diventare incisive propulsioni corroborate da sostegni adeguati.
Se un torto gli azzurri (in realtà l’Italia giocò indossando una divisa tutta bianca) ebbero, e purtroppo fu torto di decisiva sostanza, fu quello di non concretizzare. A fronte di un volume di gioco per venti minuti davvero impressionante, considerati il valore degli avversari e le caratteristiche del rugby in quel periodo storico, l’Italia non mise punti nel tabellino.
Le azioni alla mano si susseguirono, coinvolgendo in pratica tutta la squadra. La prima importante fu anche quella che ci portò più vicini alla segnatura: dopo una palla rubata vicino ai loro ventidue, un passamano semplice, rapido arioso ed efficace spostò l’ovale da sinistra a destra, mettendo Marchetto in condizione di giocare un grabber per se stesso. Solo il tuffo (con conseguente annullamento) del bravo Newson impedì all’ala del Treviso di schiacciare in metaNegli ultimo quarto del primo tempo le azioni alla mano si succedettero incessanti. L’Italia occupò la metà campo neozelandese e sgranò un rosario di soluzioni offensive, la più memorabile delle quali rimane una sequenza di sette fasi (in un’epoca in cui parlare di multifasi poteva provocare crampi al cervello anche a menti rugbisticamente raffinate…) che scatenò l’entusiasmo del pubblico. Purtroppo tutte queste soluzioni vennero vanificate da errori in fase di “rifinitura” e dall’umiltà degli All Blacks, che difesero con determinazione, adattandosi alla situazione. Nell’unica occasione, in quei venti minuti, in cui i neozelandesi si accovacciarono nella nostra metà campo presero punti: un (chiaro) fuorigioco di Cucchiella garantì, al 40′, a Hewson di mettere una punizione in mezzo ai pali. Ci fu ancora tempo di recriminare per una splendida azione iniziata da De Anna (un grande giocatore al quale bisognerebbe dedicare un meritato profilo…) che partendo da mischia ordinata ruppe un paio di placcaggi e determinò un break. Mariani andò in sostegno e a sua volta scaricò a Cucchiella, un pilone che amava andare a giocare in campo aperto, come altre prime linee aquilane dell’epoca (Fulvione Di Carlo, Giorgio Morelli, il sottovalutato Catena). In quella circostanza però Cucchiella, invece di allargare per Nello Francescato e Mascioletti, pronti a sinistra a giocare un due contro uno, entrato nei ventidue avversari si girò per costituire, col sostegno degli avanti, una maul, scatenando le più biliose ire di molti spettatori. Dalla tribuna coperta partirono moccoli terrificanti, che svegliarono pure il curato di Polesella, sprofondato nel riposo post -prandiale… Come sopra ricordato in quel primo tempo il torto azzuuro fu di non convertire in punti il volume di gioco sviluppato. Purtroppo a contribuire negativamente fu una giornataccia, dalla piazzola, di Bettarello. Su Bettarello si scrisse, in quegli anni, di tutto e di più: c’erano detrattori feroci e sostenitori inscalfibili, amici e nemici, favorevoli e contrari. Per quello che può contare (e vale veramente un dollaro bucato…) il mio giudizio, io penso che, accettate tutte le contraddizioni ed i cortocircuiti di un uomo complesso dai percorsi rubgbistici non sempre facili da comprendere, sia stato un mediano di apertura di livello superiore, con grande conoscenza del gioco e sapere tattico raffinato. Purtroppo gli capitava, talvolta, di accusare la pressione e d’incappare in controprestazioni allorché si trattava di mettere in mezzo ai pali punizioni e trasformazioni: e purtroppo, in quel pomeriggio rodigino, i draghi s’impossessarono di Stefano Bettarello. Dopo le prime felici conversioni iniziò un rapporto conflittuale tra lui ed i pali, con errori in serie, alcuni dei quali difficili da spiegare, considerando le qualità balistiche del giocatore. I fischio di Pogutz chiuse il primo tempo con gli italiani sotto 6-15 e, incredibilmente, molte recriminazioniNei giorni del rugby dei padri le squadre, nel corso del breve intervallo, rimanevano in campo. In quel breve lasso di tempo si vide, sul prato del Battaglini, il grande Mourie arringare con foga la squadra. Il grande capitano neozelandese aveva capito che non era pomeriggio da merende e che non sarebbe stato facile portare a casa la partita. Come già scritto i neozelandesi venivano da un tour logorante in terra di Albione e pochi giorni prima avevano vinto di strettissima misura una battaglia tremenda contro l’Inghilterra, in un match intenso e logorante. Mourie era consapevole che nei muscoli suoi e dei compagni gironzolavano insidiose tossine e che nel finale di match gli all blacks avrebbero potuto accusare un cedimento. E’ probabile che partì un’esortazione a chiudere la pratica entro venti minuti.
Alla ripresa del gioco i neozelandesi attaccarono con ferocia, piantando le tende nella metà campo italiana. Le leggende che per anni tramandarono di un secondo tempo azzurro trascorso ad annusare l’area di meta avversaria sono smentite dalle riprese televisive: nei primi venti minuti della ripresa fummo costretti ad indossare l’elmetto e a scendere in trincea. Ma fu forse quello il capolavoro italiano: gli uomini in nero bussarono, bussarono forte, bussarono con prepotenza e maleducazione. Gli italiani non aprirono. La porta rimase chiusa, uomini enormi in maglia nera ed ammantati di leggenda vennero respinti senza tanti complimenti. Bargelli, De Anna, Mariani, Artuso, Basei si consumarono in un lavoro tremendo, corpo contro corpo, fibra contro fibra. Robazza, uomo propenso a sacrifici che avrebbero fatto la gioia di Sant’Ignazio di Loyola, si trasfigurò in terza linea aggiunta, placcando tutto quello che tremolava sopra i fili d’erba. Persino Bettarello capì che non era giorno da rimanere al calduccio nella tasca e ci mise il corpo. Tutti, ma proprio tutti, difesero sul serio. Così sul serio che al 60′ il punteggio era ancora fermo sul 15-6 per la Nuova Zelanda.
Al 61′ Pogutz fischiò una punizione a favore degli All Blacks, nella metà campo italiana ma in posizione molto angolata. Tutti si sarebbero aspettati il calcio fuori e la rimessa laterale apochi metri dalla nostra linea di meta (anche se con lancio di Robazza, allora il regolamento era diverso…). Invece tra lo stupore di molti, Mourie invitò Wilson, che aveva sostituito l’infortunato Newson, a cercare la via dei pali. Il pubblico fischiò, irridendo il capitano neozelandese e non capendo che quella era invece l’attestazione della nostra consistenza ed il riconoscimento della nostra forza. Wilson calciò e la mise in mezzo ai pali. 6-18 e questione chiusa, vero? No, questione aperta, pensarono i giocatori italiani.
Mourie, capitano giovane ma dal carisma immenso e dalla inusuale capacità di guidare i compagni e di comprendere le situazioni, ci aveva visto giusto. I neozelandesi avevano finito la benzina e gli uomini di Villepreux, corroborati nel morale dall’andamento della partita, lo avevano capito.
Gli ultimi venti minuti, quelli sì, vennero giocati in continua ed esaltante proiezione offensiva. Gli italiani ebbero un possesso costante, occuparono la metà campo avversaria e diedero qualità al gioco alla mano con sostegni puntuali e continui ed un’occupazione razionale degli spazi allargati. La meta, la meta leggendaria di Nello Francescato della quale si continua a parlare ancora oggi, fu la conseguenza e l’attestazione simbolica di quell’atteggiamento: quel pomeriggio non poteva essere reso glorificato da una meta rapinosa, da un’azione confusa, da uno spunto casuale e farraginoso. Fu inevitabile segnare così, fu giusto segnare così.
De Anna raccolse l’ovale nella nostra metà campo da mischia ordinata e partì per andare a contatto. I suoi novantacinque chili (all’epoca era un sovradimensionato…) esaltati da una velocità non comune (era stato decatleta e correva su tempi vicini agli 11 netti sui cento metri) gli consentirono di rompere il placcaggio; fu bravo a giocare off load (ma in quei giorni non sapevamo che si chiamasse così…) per Mariani. L’azione iniziò un debordaggio ondivago e zigzagante verso sinistra, toccando molte mani, senza che fosse mai compromesso l’avanzamento. Il crescendo si articolò secondo le modalità che le regole di quel rugby e le conoscenze dei giocatori garantivano. Tutti sapevano che se la palla fosse andata a terra l’azione sarebbe morta e per questo si proponevano sostegni ed effettuavano passaggi proprio lì, al limite, con l’ovale che sembrava sul punto di baciare il prato e che invece polpastrelli miracolosi tenevano in vita. Tutte le grandi mete degli anni settanta, compresa quella di Edwards in maglia Barbarians contro gli All Blacks, avevano questo gusto per l’azzardo, questo desiderio dell’ampio respiro: non si giocavano (o si giocavano pochissimo) le multifasi, si giocava un’unica, maestosa fase, senza soluzione di continuità. Non si andava a cozzare contro l’avversario (o si andava a cozzare poco), si cercava di evitare l’avversario e di esplorare gli spazi vuoti. E come tutte le grandi mete anche in quella s’imposero gli eversori, i trasgressori. Era il sogno di Villepreux, il sogno di James, il sogno di tutti i grandi padri del rugby moderno e contemporaneo: gli uomini grossi si ribellavano e decidevano che sì, avrebbero continuato a portare il piano, ma qualche volta avrebbero messo le mani sui tasti. Le ali smettevano d’immalinconirsi tenendo ottanta minuti la riga laterale tra le balle e, con giudizio e moderazione, annusavano l’aria delle zone più interne del campo. Gli estremi (seguendo l’esempio di Villepreux giocatore) rifiutavano di essere conficcati a vita dietro a tutti e s’inserivano nell’azione d’attacco. Era la rivoluzione movimentista, era la nuova dimensione che il rugby degli anni settanta indicava come il riferimento.
E l’azione italiana ne era una splendida esemplificazione: all’azione parteciparono De Anna, Mariani, Basei, Bargelli (mischiaroli sodi e tosti) e Gaetaniello, un estremo, più i funamboli di professione, Francescato e Mascioletti. E proprio furono due intuizioni eterodosse del grande aquilano a rifinire la giocata. La prima fu di schiodarsi dalla linea laterale e di garantire un sostegno interno; la seconda, chiusa da un neozelandese la linea di passaggio a mezza altezza e palese il rischio d’intercetto, di alzare per il compagno un geniale lay-up, una piccola palombella, messa lì con quell’elegante nonchalance che era una delle cifre espressive del gioco offensivo di Mascioletti. Il flusso era inarrestabile. La palla arrivò a Bargelli, che a tre metri dalla linea non si fece ingolosire e passò a Nello Francescato, che gli aveva garantito un sapiente angolo di sostegno. Nello schiacciò in meta, accompagnato dal ruggito dello stadio. Era il 69′, molti piansero.
Bettarello trasformò e a 11 minuti dalla conclusione eravamo sotto il break, con i neozelandesi ansimanti e visibilmente preoccupati.
Gli italiani non si fermarono e continuarono a portare pressione; poco dopo Pogutz accordò una punizione ma Bettarello, da posizione molto favorevole, sbagliò tirandosi dietro frasi irriferibili.
Non era finita, in campo c’era solo una squadra e non era quella che tutti si aspettavano. All’ultimo minuto, entrando nei loro ventidue, esplorammo ancora il lato sinistro del campo, quello dove imperava Mascioletti. Palla all’ala e folgorante accelerazione dell’aquilano, il quale trovatosi di fronte Dunn, lo scavalcò con un calcetto a seguire, a sei sette metri dalla linea di meta. Il neozelandese andò diritto su Mascioletti e lo tagliò fuori con un fallo colossale. Forse non era da assegnare la meta tecnica, come avrebbero voluto Ersilio Bargelli ed alcuni milioni d’italiani, perché l’estremo Wilson era riuscito ad accorrere e probabilmente sarebbe riuscito ad annullare anche senza il fallo del compagno. Di certo era punizione e sicuramente gli All Blacks rischiarono grossissimo. Pogutz non se la sentì d’intervenire e poco dopo fischiò la fine
Aspettando……gli AllBlacks cronaca di una partita storica
Novembre 11, 2009 di rugbyverona
Non avevo ancora iniziato ad appassionarmi al rugby, anche se avrei cominciato a giocare l’anno dopo
Guardavo in tv quello che passava, con le telecronache di Rosi e Petternella, e ricordo che quelli erano gli anni di una nazionale italiana di notevoli capacità individuali
ricordo anche un Italia-Francia 3-3 a Rovigo, forse sotto la neve, mi sbaglio? Fu la partita che convinse i cugini d’oltralpe che era bene cominciare a schierare, contro di noi nell’Europeo Fira, squadre di livello superiore, con molti elementi che avevano caps nel 5 nazioni.
Grande Villepreux
P.S.
la meta di Edwards con i Barbarians. 1973
http://www.youtube.com/watch?v=AwCbG4I0QyA
la qualità è pessima, ma il video rende
qui la qualità è migliore ma il filmato è più breve
http://www.youtube.com/watch?v=nrfN1uc0oXE
purtroppo della stirpe Francescato sono riuscito a trovare solo alcune mete di Ivan…
Grande Grun