Partiamo da un dato positivo e costante negli ultimi anni: il Cus Verona Rugby ha raggiunto con i Seniores il punto più alto della sua storia cinquantennale. Dopo l’amara retrocessione dalla serie A2 del 2007, la società ha costruito una corazzata che ha navigato gagliarda e vincente in serie B (due anni) e ha continuato imperterrita fino al sesto posto dello scorso anno in A1. Il cammino verso l’alto del rugby italiano è stato fatto con un gruppo di giocatori che sono stati a Verona gli elementi fondanti della squadra. Qualche veronese e un manipolo di argentini-italiani in cerca di gloria-giovani in attesa della fortuna e due allenatori foresti che hanno dato alla compagine due indirizzi tecnici completamente diversi, ma indiscutibilmente vincenti. La scorsa stagione qualche trave portante e pezzi significativi della struttura erano andati “dismessi” con l’innesto in squadra di una pattuglia di giocatori veronesi provenienti dalla serie C. L’inserimento ha avuto successo completo e ha permesso a Danilo Beretta un vasto turn over che ha consentito alla squadra di cambiare pelle e lasciare a riposo gli elementi stanchi o fuori forma. Quest’estate al Gavagnin si è attuata una piccola rivoluzione con la partenza di un nutrito gruppo del nucleo storico di giocatori e la sua sostituzione con un cospicuo numero di giovani promesse e qualche buon giocatore d’esperienza. E’ stato ingaggiato anche un nocchiere (Luca Martin) per i trequarti e nel contempo si è perso l’allenatore della mischia (Paolo Borsato). Insomma lo stravolgimento di mezza estate è stato notevole e l’assetto del gruppo di giocatori è mutato. Questo è l’antefatto per introdurre la domanda principale: perché quando tutti si aspettavano (pure chi scrive) un ulteriore salto di qualità abbiamo assistito, nostro malgrado, a un autentico cedimento? Le risposte immediate e anche superficiali sono: rimane sempre difficile ripetersi dopo anni di continua ascesa, l’abitudine ai piani alti svia l’attenzione dai problemi reali, ci siamo illusi che tutto rimanesse come prima, anzi migliorasse, senza una ragione precisa, ma solo per inerzia positiva. La realtà di questo autunno e inizio inverno è stata molto dura e ci ha riportato con i piedi per terra. La partita con l’Accademia di Tirrenia è stato l’inizio della fine (momentanea, si spera). Qualche sintomo si era intravisto nella Coppa Carli con Verona capace dall’alto della sua “potenza” di svolgere un onesto compitino nel primo tempo per poi lasciare l’ovale in mano a un Valpolicella mai domo che con una marcia da diesel aveva rimontato fino a far paura ai VerdeBlù. Nemmeno così convincente ara stata la risicata vittoria contro la matricola Milano. Poi la defaillance totale con i giovani accademici dove palese era stato lo scollamento tra panchina e giocatori invasati da un confronto che avevano mal interpretato e ancora di più malamente perso. Il proseguimento del campionato è stato difficile, fatto di sconfitte per pochi punti e imbarazzanti tonfi. Evidente a quel punto il difficile stato del gruppo seniores del CUSVerona Rugby. Quali le cause di un girone d’andata così deludente? La prima in assoluto è stato il mancato inserimento di un gruppo di singoli giovani e esperti (meno numerosi) giocatori all’interno di una squadra che aveva perso o cambiato elementi fondamentali. Due giocatori si sono presentati in condizioni fisiche precarie che ne hanno fin da subito compromesso l’impiego. Altri si sono rivelati inesperti o poco adatti al gioco voluto da Beretta, altri ancora hanno accusato evidenti cali di forma. Insomma si è pensato a livello societario che i singoli sarebbero immediatamente andati a coprire i ruoli vacanti senza pagare nessun dazio all’insieme della squadra e dello spogliatoio, errore madornale di gestione. La seconda è stata la carenza di elementi in ruoli chiave e qualche deficit tecnico inaspettato: la prima linea ha sofferto la mancanza di ricambi, la mediana ha avuto problemi d’inserimento dell’apertura che tuttora non ha espresso al meglio le sue qualità, la linea arretrata ha palesato in qualsiasi combinazione, limiti di schieramento e di schemi di gioco. L’avvicendamento periodico degli atleti nei ruoli (marchio di fabbrica nella gestione Beretta) non ha dato gli stessi frutti degli scorsi anni con uomini che sembrano aver smarrito le qualità messe in mostra nelle ultime due stagioni. Terza causa è stata la perdita di Paolo Borsato allenatore della mischia, ma soprattutto grandissimo nel dare sprone e motivazioni personali e collettive ai giocatori fuori e in campo. Quarta e solo intuibile ( bada bene lettore) la mancanza di obiettivi reali e condivisibili e di motivazioni collanti per portare la squadra in avanti nei momenti difficili. Questa è stata la sensazione in molte partite, meno la recente buona prova con Fiamme Oro, occasione mancata di una vittoria salutare per l’ambiente. In conclusione: la rivoluzione di mezza estate è stata mal preparata tecnicamente e ancor peggio gestita. Mali della crescita di una società che non ha ancora l’abitudine a programmare, gestire e organizzare in grande o meglio di adeguarsi alle dimensioni che ha raggiunto in anni di sviluppo eccezionale. La sofferenza è generalizzata in tutti i settori: seniores e giovanili, in questi ultimi mesi del 2011. Sono le esperienze da cui obbligatoriamente passare per affrontare con calma e preparazione una sfida che ogni anno sarà più difficile. Occhi aperti e orecchie tese: diventare grandi è sempre una presa di coscienza che qualche volta non è così rosea come si sognava in gioventù.